Il giornalista RAI Marco Frittella ha intervistato il professore Salvatore Esposito De Falco, Prof. Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese – Titolare della Cattedra di Corporate Governance Università degli Studi di Roma Sapienza – Dipartimento di Management
Professor De Falco, lei è presidente dell’Osservatorio ESG della Sapienza di Roma. Dal suo punto di vista quanto è vissuto il valore della sostenibilità nella società civile e nel mondo delle aziende del nostro Paese?
L’Italia e l’Europa sono molto impegnate sul tema della sostenibilità. Di recente, ad esempio, una nuova disposizione UE, la Dichiarazione Non Finanziaria (DNF), ha introdotto la rendicontazione obbligatoria, per le grandi imprese, per informare il mercato circa azioni, strategie e risultati che dimostrino l’impegno introdotto dall’organizzazione per migliorare la sostenibilità ambientale, l’inclusione e l’equità sociale. Si tratta di un obbligo cruciale non solo in termini di trasparenza, ma anche di brand reputation, con effetti sulle scelte degli investitori. Voglio far notare, infatti, che in questo modo si passa da una divulgazione volontaria, lasciata al senso di responsabilità delle singole imprese, ad un obbligo di disclosure, in capo alle grandi imprese. Non solo, tuttavia la NFD per le Grandi imprese.
La Corporate Sustainability Reporting Directive – CSRD, inoltre, nel tentativo di sopperire alle carenze della precedente Direttiva europea 2014/95 ha esteso l’obbligo di divulgazione alle PMI quotate (dal 2026) alle istituzioni creditizie ed assicurative (dal 2027) ed alle PMI che dal 2028 dovranno avviare la propria rendicontazione CSRD utilizzando uno specifico sistema di rendicontazione semplificato. La Direttiva è una chiara svolta sul piano della chiarezza e della precisione delle disposizioni, richiedendo espressamente che la rendicontazione non finanziaria sia inclusa nella relazione sulla gestione, o in una relazione distinta.
Purtroppo, se in Europa ci si muove secondo la logica della sostenibilità, negli Stati Uniti, invece, si intravvedono posizioni contrarie: per esempio, i Repubblicani stanno imponendo restrizioni sui fondi pensione, affermando che non si può sacrificare il profitto per la sostenibilità. Nel New Hampshire, addirittura, investire in prodotti sostenibili (ESG – Environmental, Social e Governance) rischia di diventare un crimine: alcuni funzionari repubblicani hanno presentato un disegno di legge che proibisce che i criteri ESG guidino le decisioni di investimento, quando si investono fondi provenienti dal tesoro statale, dal sistema pensionistico o dalle agenzie governative. Per costoro gli investimenti dovrebbero basarsi sulla massimizzazione dei rendimenti finanziari e/o sulla minimizzazione dei rischi: non certo su questioni legate alla sostenibilità!
Ciò premesso, la nostra start up, attraverso l’Osservatorio ESG Ability punta ad una più diffusa cultura della sostenibilità, Il nostro obiettivo è, quindi, creare nei nuovi manager del futuro una cultura orientata ai temi della sostenibilità.
La politica green è socialmente sostenibile? Molte critiche si vanno addensando intorno a questa domanda…
Edmans ha scritto un interessante articolo in cui critica l’uso eccessivo delle metriche sulla sostenibilità, poiché quest’ultime si concentrano sul “non fare danni” piuttosto che sul “fare attivamente del bene.” L’autore sostiene che le metriche ESG rischiano di diventare un mero esercizio di conformità, piuttosto che uno strumento per la creazione di valore. Soprattutto oggi che il concetto di sostenibilità è integrato nelle decisioni di investimento e nella gestione strategica, anziché essere trattato come un argomento separato, può accadere che molte aziende leghino la retribuzione dei dirigenti alle performance ESG, con la conseguenza che i dirigenti finiscano per concentrarsi solo sui fattori ESG quantitativamente misurabili, a scapito di altri fattori strategici come l’innovazione e, quindi, in ultima analisi, dei rendimenti economici. Danone è un esempio negativo di eccessiva attenzione alla sostenibilità. L’azienda, nel dare troppa priorità agli obiettivi ESG, ha compromesso le performance a lungo termine dell’azienda (con successivo licenziamento del CEO). In questo caso, insomma, si rientra nella stessa obiezione fatta dai Repubblicani USA: non si può sacrificare il profitto per la sostenibilità!!
La nostra idea è quella di fare in modo che sia il mercato a determinare l’utilizzo dei fattori ESG nella maniera più equilibrata possibile, possibilmente non a discapito dell’economicità e della profittabilità dell’impresa. L’impresa nasce per produrre profitto e questo deve essere il suo compito, ma lo deve fare non screditando gli interessi dell’impresa stessa e di tutti i suoi stakeholder. In quest’ottica l’attuale tendenza delle grandi imprese è senza dubbio favorevole alle politiche di sostenibilità economica. Le faccio l’ultimo importantissimo esempio: Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon, ha annunciato, all’inizio del 2020, la creazione di un fondo di 10 miliardi di dollari per preservare e proteggere l’ambiente e attuare il cambiamento. Un investimento che ha già coinvolto tanti scienziati e tutti coloro che possono dare un contributo alla lotta contro il cambiamento climatico. L’imprenditore non ha solo fatto una scelta virtuosa agli occhi dei consumatori, ma ha impegnato Amazon ad utilizzare energia rinnovabile al 100% entro il 2030, per diventare carbon free entro il 2040. Bezos ha voluto adeguare il suo modello di business con l’intento di ottenere potenziali maggiori profitti. Quindi, non è detto che, per tutelare il pianeta, un’impresa debba sacrificare il proprio rendimento. Se la vediamo da questo punto di vista, si può anche ritenere, a ragion veduta, che la politica green può essere socialmente sostenibile.
L’Italia a suo giudizio sta attuando un’efficace politica di transizione ambientale? Quali risultati, quali criticità…?
In Italia, anche qui sulla spinta della normativa comunitaria, abbiamo adottato un vero e proprio Piano per la Transizione Ecologica. Dopo quanto accaduto con la pandemia globale, a partire dal Piano di Ripresa e Resilienza (PNRR), in particolare, si è sempre più parlato di transizione ambientale, allargando le prospettive dai soli criteri economici a quelli sociali ed ambientali.
Il Piano Nazionale di Transizione Ecologica, in particolare, risponde alla sfida del Green Deal europeo, ossia diventare il primo continente a impatto climatico zero. In questo modo si vuole assicurare, per l’Italia, una crescita che, attraverso l’implementazione di una serie di misure sociali, ambientali, economiche e politiche, si riprometta, entro il 2050, di conseguire la neutralità climatica, l’azzeramento dell’inquinamento (almeno il 55% in meno di emissioni di gas serra entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990), il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi (ad es. 3 miliardi di nuovi alberi da piantare nell’UE entro il 2030), la transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia (agricoltura sostenibile).
Sono tutti obiettivi per i quali sono stati stanziati fondi europei, molti dei quali giù in uso. Difficile dire, tuttavia, se tali politiche siano efficacemente attuabili in Italia. Al momento, vedo solo una proliferazione incredibile di regolamenti e direttive che puntano su questi obiettivi, ma concretamente non si dispone di statistiche rilevanti per poter dare un opportuno giudizio.
In concreto, tra gli aspetti positivi, metterei il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), che destina all’Italia una parte consistente dei fondi provenienti dal Recovery Fund europeo per la transizione ecologica. Altro aspetto positivo è che, negli ultimi anni, l’Italia ha visto una crescita significativa nel settore delle energie rinnovabili, in particolare solare ed eolica. Il Paese ha un potenziale significativo per le energie pulite, grazie alla sua posizione geografica.
La proliferazione normativa ha prodotto, di positivo, anche alcune leggi ambientali che hanno introdotto, ad esempio, il divieto di produzione e vendita di plastica monouso. Inoltre, vi è una vasta normativa che spinge a ridurre le emissioni di CO2.
Se mi si chiede il mio parere circa le criticità, ritengo sia ancora forte la dipendenza dai combustibili fossili, in particolare dal gas naturale. A questo aggiungerei che uno dei principali ostacoli alla transizione ambientale in Italia è la lentezza burocratica. La complessità del sistema amministrativo italiano spesso rallenta l’implementazione di progetti legati alle energie rinnovabili, come l’installazione di parchi eolici o fotovoltaici, a causa di permessi e autorizzazioni che richiedono tempi molto lunghi. Vi sono poi resistenze soprattutto nei settori industriali energetici, contrari all’adozione di misure più stringenti per ridurre le loro emissioni. Infine, c’è il rischio che alcune iniziative di transizione ambientale siano più focalizzate sul marketing (greenwashing) che su cambiamenti concreti, alla stregua di semplici e inutili dichiarazioni di intenti, senza un reale impatto positivo sull’ambiente. Di recente Eni, ad esempio, è stato accusato di greenwashing per la sua campagna di marketing sui prodotti di “energia verde”. Nel 2020, ha lanciato il suo diesel “Eni Diesel+”, presentandolo come più ecologico grazie all’aggiunta di olio di palma. Tuttavia, l’uso di olio di palma è stato criticato per il suo impatto ambientale. L’azienda Sant’Anna ha lanciato sul mercato la bottiglia “Bio Bottle“, presentandola come una bottiglia biodegradabile e sostenibile che poi di fatto è parsa non rispettare tutti i parametri di biodegradabilità.
In che modo si dispiega l’azione della vostra start up Ermes, nata in ambiente universitario e quindi con protagonisti soprattutto i giovani, sostenuti dai loro docenti?
È vero, la nostra startup è protagonista soprattutto con i giovani. Abbiamo creato un Osservatorio sulla sostenibilità delle imprese; un progetto che ha coinvolto, nelle sue iniziative, moltissimi studenti e giovani imprenditori. L’osservatorio nasce con l’intento di accompagnare, monitorare e valutare il livello di ESG ability delle imprese, private e pubbliche. Al momento 14 aziende di settori diversi hanno aderito all’Osservatorio. A tal riguardo, ci tengo a segnalare che l’Osservatorio, ogni anno, organizza un evento nazionale presso la Facoltà di Economia della Sapienza, al quale partecipano imprese, opinion leader, practitioners, decision making pubblici e privati. Nel primo convegno del 2023 è stato presentato un modello di analisi delle performance ESG, testato e validato attraverso uno studio pilota condotto su 50 PMI appartenenti a più sottosettori merceologici di eccellenza del made in Italy. Al termine dell’evento sono state premiate 5 aziende risultate le più performanti (nei settori merceologici di riferimento) in termini di ESG e sostenibilità.
Durante la II edizione di quest’anno saranno invitate tutte le imprese aderenti, che riceveranno un report dettagliato concernente un’analisi di valutazione del loro rating ESG, in cui si evidenzieranno i punti di forza e di debolezza, oltre a suggerire eventuali azioni da intraprendere per garantire una gestione più sostenibile.
A questo secondo Convegno è legata un’altra iniziativa dell’Osservatorio, più vicina ai giovani del nostro Ateneo, ossia il bando “Premi di Laurea 2024” organizzata dalla Ermes, con l’obiettivo di formare manager del futuro verso una cultura orientata alla sostenibilità. Il Bando, emanato nello scorso mese di aprile, intendeva selezionare le tesi di laurea di sei laureandi iscritti al corso di laurea magistrale in “Management delle Imprese” dell’Università di Roma Sapienza. Le tesi approfondivano tematiche riguardanti le ESG in rapporto alla Sanità, all’Innovazione, alle PMI & Supply Chain, ect. Ai vincitori, la Ermes ha affidato un ulteriore supervisor esterno all’Università che ha seguito i laureandi fornendo utili e pratici consigli finalizzati alla realizzazione di un lavoro innovativo. Noi crediamo ed investiamo nella sostenibilità creando una nuova cultura manageriale orientata alla sostenibilità.
Intervista pubblicata sul secondo numero di Make Different Magazine.

